Como

La storia della resta (dal latino arista, indicante sia la lisca del pesce sia la resta del grano) comincia in una taverna comasca dei primi anni dell’Ottocento. Il proprietario dell’Osteria del Pescatore, di nome Michele, nel giorno del suo onomastico usava offrire il pranzo ai clienti. A chiudere piacevolmente il pasto, arrivava un pandolce arricchito di canditi e uvetta, versione “sontuosa”, secondo i criteri della cucina popolare del tempo, del pane di tutti i giorni.
Un bel giorno, però, durante la preparazione del dolce, il lievito fu aggiunto per errore in dosi eccessive, così che l’impasto cominciò a crescere a dismisura, traboccando dalla pentola. L’oste afferrò un bastoncino d’ulivo dalla legna destinata al fuoco e con esso premette sull’impasto perché non debordasse. Così, il bastoncino fu inglobato nella pasta; a quel punto l’oste recuperò l’impasto traboccato e lo distese nella fessura lasciata dal bastoncino sprofondato, con un coltello appianò l’impasto e vi praticò una serie di incisioni trasversali. La storia che qui abbiamo riassunto era scritta in un antico biglietto posseduto dall’avvocato Giulio Benzoni, fabbriciere in Sant’Agostino.
Il biglietto fu mostrato agli amici nei primi anni Venti nella celebre Pasticceria Fietta.
Qui il garzone dodicenne Chiletto la trascrisse, ma questa copia, rimasta poi unica, andò infine distrutta in un incendio che in seguito colpì il locale.
Ma la leggenda resta: l’errore di distrazione di un cuoco ingegnoso divenne il dolce simbolo di Como, un dolce fatto con i semplici ingredienti della cucina popolare che richiama i pesci del Lario e gli ulivi che crescono rigogliosi sulle sue sponde.

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